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Ottimismo e gioia  di vivere.

Spunti di psicologia positiva.

Incontro a Marciola del 17 ottobre 2015

 

 

 

" OTTIMISMO E GIOIA  DI VIVERE.

SPUNTI DI PSICOLOGIA POSITIVA" (Indice)

 

Come si fa a vivere meglio?

- Prendere consapevolezza che il paradiso e l’inferno sono nella nostra mente.

- Esercitarsi a guardare la vita con Ottimismo. Ma che cos’è l’ottimismo?

- Perché è importante l’ottimismo? Saggezza popolare e ricerche scientifiche ce lo dicono.

- Disinnescare i Virus mentali che portano alla depressione. Come uscire dalla depressione?

- Su che cosa bisogna agire per cambiare sguardo su di noi e sulla vita?

- I 7 pilastri della gioia che rendono gustosa la vita.


 

 

17 OTTOBRE 2015

Prof. Simone Olianti. Psicologo e docente di Psicologia della Religione

 

" OTTIMISMO E GIOIA  DI VIVERE.

SPUNTI DI PSICOLOGIA POSITIVA"

 

Sapete che da me vengono tante persone che si lamentano di essere depresse, tristi, ansiose, preoccupate ma pochissime che si lamentano di non avere gioia di vivere. Può sembrare la stessa cosa ma non lo è.  

Il gusto della vita è un tema che ci riguarda tutti, nessuno escluso, che abbia 20 anni o 80 ci riguarda tutti. Finchè siamo vivi questa cosa ci riguarda tutti.

Nel costruire il corso sul gusto della vita (da cui stasera traggo qualcosa di più sintetico da condividere con voi) sono partito da 2 domande, perché i percorsi iniziano sempre con delle domande, perché le domande aprono il cammino e in genere le risposte lo chiudono e ognuno dovrà trovare le sue risposte. Io stasera sono qui per farvi delle domande non per darvi delle risposte.

 

La prima domanda da cui sono partito è: come si fa a campare meglio? Domanda da 1.000.000 di dollari. Come si fa a fare una vita in cui mi riconosco di più? che sento “mai”? di cui posso dire: sì questa è la mia vita, mi ci riconosco, in questa vita ci abito bene. Come abitare bene la nostra vita, in modo che uno si alza la mattina ed è contento e va a letto la sera contento della giornata che ha vissuto. Al contrario uno si alza la mattina lamentandosi e va a letto imprecando, la vita passa tra una lamentela e l’altra e diventa molto faticoso vivere, così faticoso che ci si ammala, perché vedete ci si ammala, di sicuro, quando si blocca la vita. Quando la vita si blocca, ci si ammala, questo è certo.

La depressione è un modo di bloccare la vita, uno ad un certo punto smette di desiderare di vivere, smette di alzarsi volentieri al mattino. La depressione comincia da due cose: che uno non si alza più volentieri al mattino e che non ha più voglia di fare volentieri le cose che prima faceva volentieri. Se ne sta triste tutto il giorno, non si concentra, non riesce a combinare nulla, si agita, prova a fare tante cose ma alla fine non produce niente, la sua vita non fiorisce, rimane sterile. Quindi la prima domanda, potentissima: come si fa a campare meglio?

 

La seconda domanda: che cosa possiamo fare di meglio, di buono per le persone che amiamo? Qual è la cosa più bella che possiamo fare per nostra moglie, per nostro marito , per i nostri genitori, per i nostri figli, per i nostri nipoti?

Io è da una trentina d’anni che mi interrogo su queste cose, sono arrivato sempre alla stessa conclusione: la cosa migliore che possiamo fare per le persone che amiamo è: essere contenti noi di stare al mondo. Perché la nostra contentezza di vivere, la nostra gioia di vivere, la nostra soddisfazione di vivere è il regalo più bello che possiamo fare alle persone che amiamo.

Pensate ad un figlio: ma pensate davvero che gli interessi di più avere l’ultimo modello di playstation piuttosto che vedere il babbo e la mamma che si abbracciano e che sono felici di stare al mondo? Non c’è regalo più grande di questo! Un figliolo che vede 2 genitori che sono contenti di vivere, che sono felici di stare al mondo pur con tutte le contraddizioni, i paradossi, le fatiche, che nessuno ci leva.

 

C’è solo un dolore che io capisco. Sapete, il contrario della gioia non è il dolore è la tristezza. E non è una sottigliezza da poco perché ci può essere gioia anche nel dolore, e quindi c’è un dolore solo che io capisco ed è questo: siamo nel contesto dell’ultima cena, Gesù ha già lavato i piedi ai suoi discepoli, lasciandoli sbigottiti e fa un lungo discorso che prende ben 5 capitoli del vangelo di Giovanni, e ad un certo punto Gesù usa questa metafora straordinaria:“la donna quando partorisce è afflitta perché è giunta la sua ora, ma quando ha dato alla luce il bambino non si ricorda più dell’afflizione per la gioia che è venuto al mondo un uomo. Così anche voi ora siete nella tristezza ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno vi potrà togliere la vostra gioia”. Questo è l’unico dolore che io concepisco: il dolore del travaglio, cioè un dolore che porta a qualcosa di nuovo, di buono, un dolore che non è sterile che non guarda il proprio ombelico e si ripiega su stesso, ma è un dolore che si apre alla vita, che produce vita e che fa fiorire la vita. Nel dolore può fiorire la vita, nel dolore del parto, del travaglio. Se tu ad una donna nel momento in cui sta partorendo gli domandi: lo farai un secondo figliolo? Quella ti infila un dito in un occhio, come minimo; ma appena è nato il figliolo se ne può riparlare. Non in quel momento, perché quello è un dolore che produce vita. Mentre la nostra sofferenza è un dolore che non produce vita.

A noi ciò che ci fa soffrire veramente è la sterilità della nostra vita. Di questo bisogna aver paura, cioè quando la nostra vita non fiorisce, non produce frutto.

 

Allora noi oggi parleremo di 2 cose: dell’ottimismo (dal punto di vista più psicologico) e della gioia per quello che ho raccattato frequentando per molti anni le grande tradizioni spirituali sia dell’oriente sia dell’occidente.

 

Cominciamo da una storiella sufi. Il sufismo è una forma di misticismo islamico e questa è una bella storiella:

C’era una volta un vecchio seduto all’ingresso della città. Uno straniero gli si avvicina e gli chiede: “non sono mai venuto in questa città, come sono le persone che vivono qui?” Il vecchio gli risponde con una domanda: come erano le persone della città da cui vieni?

“Egoiste e cattive. Del resto è proprio questa la ragione per cui sono partito” dice lo straniero. E il vecchio risponde: troverai la stessa situazione anche qui.

Un po’ più tardi un altro straniero si avvicina e chiede al vecchio: sono appena arrivato. Come sono le persone che vivono qui?

Il vecchio gli risponde con una domanda: “dimmi amico mio, come erano le persone della città da cui vieni?”

“Erano buone e accoglienti, avevo molti amici, sono venuto via con grande fatica”

“Lo stesso troverai anche qui”.

Un mercante che aveva portato i suoi 2 cammelli a bere sente le 2 conversazioni e non si raccapezza. Appena il secondo straniero si allontana si rivolge al vecchio con tono di rimprovero: “come puoi dare 2 risposte completamente diverse alla stessa domanda?”

“Perché ciascuno porta il suo universo dentro al suo cuore” risponde il vecchio.

 

Il paradiso e l’inferno come già scriveva John Milton nel ‘600 in “paradise lost” sono dentro la nostra mente. E’ dentro la nostra mente che noi costruiamo il nostro paradiso e il nostro inferno. Questo sostanzialmente dice la psicologia contemporanea e questo sostanzialmente dicono le grandi tradizioni spirituali dell’oriente: il paradiso e l’inferno sono nella nostra mente.

 

Mark Twain scriveva: “cerchiamo di vivere una vita in modo tale che quando moriremo anche il becchino sia triste” cioè una vita in cui ci si riconosce e credo che la qualità e la bellezza della vita non sia tanto sopravvivere nella tempesta ma imparare a danzare anche sotto la pioggia, perché la pioggia non ce la leva nessuno: le difficoltà, le contraddizioni, le fatiche di tutti i giorni non ce li leva nessuno. Se noi aspettiamo di essere contenti, di gustare la vita solo quando non ci saranno più difficoltà, quando tutto si appianerà, quando finalmente avrò quella casa, quando finalmente avrò quel marito, quando finalmente avrò quel figlio, quando finalmente avrò quel lavoro che ho sognato tanto.. stiamo freschi!

Quello che ci è dato di vivere è soltanto oggi, ed è oggi che dobbiamo scoprire come vivere e come vivere il più possibile felici. Perché dentro di noi “anche nel cuore dell’inverno esiste un’invincibile estate”. Che significa? Significa che anche nell’oscurità, nei momenti di maggiore difficoltà, sofferenza, dentro di noi c’è un’intuizione del cuore che ci apre una prospettiva di armonia e di bellezza perché tutto dentro di noi grida il desiderio di armonia e di bellezza. Anche nei momenti di maggiore difficoltà.

 

Che cos’è l’ottimismo dal punto di vista psicologico?

E’ un modo di vedere la vita, è una prospettiva diversa e guardate che si esce dalla sofferenza solo quando si comincia a intravedere una prospettiva diversa. Se tu stai sempre seduto nello stesso posto vedi le cose sempre nella stessa maniera perché hai la stessa prospettiva, è soltanto cominciando a muoverti che le vedi in maniera diversa.

L’ottimismo non è semplicemente vedere il bicchiere mezzo pieno oppure far finta che le difficoltà non ci siano oppure in qualche modo sottovalutare quelle che sono le asprezze della vita. Ottimismo significa imparare a focalizzare la mente in un certo modo e acquisire un set di abilità cognitive diverse. Cosa significa in sostanza? Significa intanto farsi un’altra domanda (non soltanto se il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto) ma cominciare a farsi un’altra domanda che forse non vi ha mai fatto nessuno: che fine hanno fatto gli altri bicchieri? Ci sono delle alternative! C’è sempre un altro modo di vedere le cose. Non è necessariamente quello e solo quello. Se noi applichiamo le stesse procedure, arriviamo agli stessi identici risultati. Se vogliamo arrivare a risultati diversi dobbiamo cambiare qualcosa nel nostro modo di agire, nel nostro modo di vedere le cose. Una cosa che mi ha veramente rovesciato il modo di concepire le cose è stato quando ho intuito un principio della cibernetica che applicato alla psicologia cognitivista ha dato molto frutto nella mia vita. Mi spiego: una certa psicologia popolare (frutto di una certa corrente di tipo psicanalitico) ha insinuato nella nostra mente che finchè tu non hai chiaro come stanno le cose, non puoi agire di conseguenza. Prima devi avere tutto chiaro, quando finalmente le cose sono chiare e distinte, ti puoi muovere. Guardate che spesso bisogna rovesciare la prospettiva: se vuoi vedere impara ad agire. Se vuoi vedere, impara ad agire, comincia a muoverti, perché soltanto dall’azione viene veramente fuori quello che è la situazione, soltanto nel movimento si può vedere veramente come stanno le cose. Perché non ce l’avrai mai le idee chiare fino in fondo nella mente, è soltanto cominciando a muoverti. 

Allora l’ottimismo è un modo di guardare la vita. E che modo?

Come reagisci alle cose che ti accadono? Come reagisci ad un insuccesso, ad un fallimento? Come reagisci ad una perdita, ad una crisi? Che sono inevitabili per tutti noi! Perché qualche volte le cose piovono dal cielo, ti piove una perdita, una separazione, un fallimento, un insuccesso …

Come reagisci a quello che ti capita? Il modo come reagisci fa la differenza.

Allora l’ottimismo non è tanto sottovalutare le difficoltà ma apprendere/imparare un modo o  modi diversi di affrontare una situazione che fino ad allora lai affrontato in un certo modo e che non ti ha permesso di fiorire, di gustare la vita e ora affrontarla in un modo che ti apre la vita, che ti apre delle prospettive.

Vi faccio un esempio che è chiarissimo: 3 studenti vengono al mio esame lo stesso giorno, e io li boccio tutti e 3.

Il primo dice: eh, lo sapevo che non dovevo andare a quell’esame, tanto io non valgo niente. Lo sapevo che non ce l’avrei fatta, non la dovevo fare questa scuola.

Il secondo: quella carogna del professore!

Il terzo: eh, certo che mi ha segato, sto tutto il giorno con la Carlotta, invece che studiare. bisogna che cominci a studiare di più se voglio passare all’esame.

Lo stesso esame identico e 3 modi diversi di reagire a quel fallimento e ce ne possono essere 300 di modi diversi.

E tu come reagisci a quello che ti capita? Che reazioni hai? Che domande ti fai? Dove ti porta quell’insuccesso?  La crisi ti chiude? Ti fa guardare il tuo ombelico?

Cominci a chiuderti in te stesso? Cominci a dire “tanto nessuno mi può veramente aiutare! Tanto a me nessuno mi capisce. Tanto non c’è niente da fare: la mia vita sarà sempre così! Io non ce la farò mai”

Uso di proposito queste frasi con questi avverbi: questi avverbi e queste frasi sono pieni di VIRUS MENTALI. Quei virus mentali che ci infettano non soltanto il modo di pensare ma anche il modo di sentire e di comportarsi, perché pensiero–emozione-comportamento vanno insieme. Vanno insieme! Per cui se si infettano i pensieri nel tuo dialogo interno, nelle cose che ti dici quando ti succede la difficoltà, ti si infetta tutta la vita! Allora gli studiosi dell’ottimismo che hanno cominciato a studiare l’ottimismo a partire dalla depressione hanno scoperto che alla radice della depressione ci sono dei meccanismi cognitivi, cioè un modo di pensare nel dialogo interno che è infettato di virus e questi virus conducono rapidamente a una forma di IMPOTENZA, di non potercela fare: “ma tanto qualsiasi cosa io faccia non serve a niente”. Vi è capitato di dirlo? Sì, nei momenti di peggiore scoraggiamento sono proprio questi i virus che ci attaccano: “tanto cosa vuoi che faccia quella conferenza, quell’incontro… no, non serve a niente!” e invece anche la mia vita è ripartita proprio da una conferenza. Pazzesco ma è così! Negli anni terribili della mia vita ero bloccato anche nella tesi dottorale, ero fermo, sdraiato, ripiegato su me stesso, non riuscivo a vedere un’alternativa, per lavoro fui costretto ad andare ad un corso di aggiornamento a Milano. Uno dei relatori, particolarmente sveglio e simpatico, non ricordo cosa disse, però qualcosa disse che mi toccò, qualcosa fece un click nella mia mente perché il cambiamento comincia così, con un click nella mente. Qualcosa successe, cosa disse non me lo ricordo, ma mi ricordo che al ritorno, quella notte stessa riaprii la stanza dove tenevo il materiale della tesi e il giorno dopo mi rimisi a lavorare, e meno male perché sennò adesso non farei quello che faccio.

 

Una bella notizia ve la devo dare stasera: come si impara ad essere sfigati e pessimisti e scoraggiati e depressi, si impara a vivere una vita in maniera diversa, si impara a riappropriarci della propria vita, si impara a recuperare il gusto della vita. Però bisogna accettare di smuoversi, bisogna accettare la scomodità  perché come dico sempre anche ai giovani (che questo fanno difficoltà a capirlo): COMODO E UTILE PORTANO DA 2 PARTI DIVERSE. Qualche volta la strada che ti riapre il cammino è scomoda ma ti riapre il cammino. Le strade comode sono quelle che tu sei abitudinariamente abituato a percorrere e dove ti portano? Sempre allo stesso posto! Per cui se tu vuoi cambiare qualcosa bisognerà che tu prenda una strada diversa, altrimenti arrivi ai soliti risultati.

Tante persone vengono a dirmi: ma quello è fortunato, ha avuto quella famiglia, quella possibilità.. attenti. Vi dicevo che l’ottimismo è acquisire un set di abilità cognitive diverse e la fortuna sta a metà strada tra la preparazione e l’opportunità perchè se tu non sei preparato mentalmente quando la fortuna ti passa accanto, tu non la vedi! Ti passano accanto centinaia di opportunità nella vita ma se non hai mente aperta e il cuore aperto (cioè se non sei preparato in questo senso) non l’accogli, non la vedi.

La fortuna non è qualcosa che ti piove dal cielo, infatti da qui viene fuori la malattia più diffusa dei nostri tempi, che io definisco: alibite cronica, alibite acuta, cioè l’infiammazione dell’alibi: abbiamo sempre un alibi pronto per qualsiasi cosa: se avessi avuto un’altra madre,se avessi avuto un’altra famiglia,  se fossi nato da un’altra parte, se fossi stato più fortunato, più ricco…

Noi attribuiamo alle circostanze della vita più potere di quanto in realtà esse non abbiano dimenticandoci che l’ottimismo è proprio questo: che tu le circostanze che vuoi, incominci a creartele, innanzitutto nella mente: immaginandoti la vita che vuoi fare e cominciando a porti la domanda: dove sono gli altri bicchieri (non semplicemente quel bicchiere lì) perché nella vita non c’è una sola opportunità, UNA sola occasione ma ci sono molte opportunità, ci sono molto occasioni, bisogna imparare a coglierle, a riconoscerle.

 

Allora perché è importante l’ottimismo? Perché è importante affrontare la vita con senso di fiducia e speranza?

Oggi le ricerche di psicologia positiva ce lo dicono chiaramente: gli ottimisti si ammalano di meno, vivono più a lungo, riescono meglio a scuola e nel lavoro, hanno una vita di relazioni amicali e affettive più ricca e soddisfacente, hanno più successo nella vita sociale e politica. I grandi leader da quelli politici a quelli religiosi sono tutti dei grandissimi ottimisti. Ve l’immaginate papa Francesco o Nelson Mandela che dicono: no, non venite dietro a me, tanto io sono uno sfigato. Evidentemente uno è leader quando ha una visione, i veri leader hanno una visione e invitano gli altri a condividerla, li sanno portare lì. Bisogna avere una visione di dove si vuole andare e di chi si vuole essere e di cosa vogliamo che sia la nostra vita. Ma attenzione, non perché si debbano fare cose straordinarie, come pensa una certa cultura televisiva oggi (che è molto invadente e invasiva) per la quale se tu non appari non esisti, e esisti nella misura in cui appari, non in questo senso ma nel senso di rendere straordinaria la vita quotidiana che fai tutti i giorni, dando sapore a quei gesti, a quei fatti, a quegli eventi. E’ la vita di tutti i giorni che assume un sapore e un gusto differente. Il gusto della vita è che con quegli ingredienti lì ci fai un bel minestrone ma buono, saporito e te lo godi. E non solo te lo godi te ma anche quelli che ti stanno accanto perché a questo serve il gusto della vita, a far godere anche quelli che abbiamo accanto a noi, e questi godono perché la gioia è contagiosa.

Perché si sta volentieri accanto a persone che stanno bene nella vita? Perché la gioia è contagiosa! E perché non si sta volentieri accanto a persone che si lamentano sempre e che hanno sempre da parlare male di qualcosa? E’ impossibile starci bene accanto, mentre si sta molto volentieri acanto a persone che stanno bene nella vita, perché la gioia, la contentezza è contagiosa.

 

Il tema della felicità  è centrale nel buddismo e nella filosofia greca dove si parla di eudemonia cioè di felicità mentre nel nuovo testamento non si trova mai indicata la parola eudemonia, mentre si parla di “charis” che vuol dire “gioia”. Soprattutto nel vangelo di Giovanni: “la vostra gioia sia piena” “nessuno vi potrà togliere la vostra gioia”. Nel vangelo di Giovanni, Gesù comincia i suoi segni, la sua vita ministeriale, con il segno del vino alle nozze di Cana. Gli sposalizi a quei tempi duravano diversi giorni e il vino era essenziale, ma non essenziale per vivere perché per vivere occorre l’acqua (senza acqua si muore). Il vino è un qualcosa di più, è il segno della gioia. Guarda caso a quello sposalizio non hanno più vino e Gesù cambia l’acqua contenuta in 6 giare (il 6 nella numerologia biblica indica l’incompletezza ma indica anche il tempo dell’umanità (l’uomo è stato fatto il sesto giorno ed è incompleto, mentre il 7 è il numero della completezza). Nell’uomo c’è una inquietudine, un senso di incompletezza che ci accompagnerà tutta la vita perché siamo incompleti, se fossimo completi saremmo D-o per cui questo senso di incompletezza, talvolta di solitudine di vuoto ci accompagna per tutta la vita. Però c’è un vino che è stato lasciato per ultimo (come nota il maestro di tavola:”tutti servono da principio il vino buono e quando sono un po’ brilli, quello meno buono; tu invece hai conservato fino ad ora il vino buono”) certo, perché il vino buono viene “dopo”: le cose hanno bisogno di tempo per maturare: come l’amore: ha bisogno di tempo per dare dolcezza così come i frutti danno dolcezza quando sono molto maturi.

 

Allora la felicità non è qualcosa che ti piomba addosso. Questo monaco buddista che ha scritto un bel libro sulla felicità dice: “la felicità è il risultato di una maturazione interiore: dipende da te. Solo a prezzo di un paziente lavoro” quindi la felicità non è qualcosa di repentino, di improvvisato, richiede un lavoro che dura tutta la vita, “che si persegue giorno per giorno. La felicità si costruisce, è un processo che richiede tempo e fatica. A lungo termine felicità e infelicità sono un modo di essere e un’arte di vivere.”

E la felicità si costruisce a partire da questo: imparare a vedere la nostra vita in una maniera diversa, ad accoglierla in una maniera diversa. Allora l’ottimismo è un modo di vedere la vita, è un modo di reagire alle cose che ci capitano, è un’acquisizione, è un apprendimento di abilità cognitive, cioè di modo di pensare. E non è una cosa banale perché è dal nostro dialogo interno che parte il nostro cambiamento. Anche le psicoterapie funzionano quando le persone cominciano a cambiare il modo di pensare se stessi e la propria vita, quando cominciano a individuare i virus che ammorbano il loro modo di pensare e quindi di sentire e quindi di agire.

Quindi: pensieri-emozioni- comportamenti stanno insieme. Vi faccio un altro esempio:

Io penso: non ce la farò mai. Mi sento: una cacca. Come mi comporto? non mi presento all’esame. Ma non presentarmi all’esame cosa mi fa pensare? Lo dicevo che ero una cacca e non ero buono e di conseguenza mi blocco.

Allora, ogni modo di pensare la vita modifica il nostro modo di sentire e quindi come ci comportiamo, modifica le nostre relazioni, il nostro approccio, per  cui la speranza non è più un’illusione. I nostri vecchi dicevano “chi visse sperando morì fischiano” e giustamente perché se ho una possibilità su 350.000.000 di vincere all’enalotto, questa a casa mia non si chiama speranza ma illusione; se tu fai dipendere il cambiamento della tua vita dall’enalotto o a quando avrai il marito perfetto, sei un’illusa! La speranza è una convinzione di possibilità che si ingenera perché hai acquisito un modo di vedere e di sentire la vita, diverso. Questa è la speranza, per cui le cose finalmente non le guardi e basta ma le vedi. Vedi che la tua vita alla fine è perfetta così come è.

I maestri buddisti dicono che l’illuminazione è vedere la vita per quello che è. Finalmente vedi tuo marito, vedi tua moglie, i tuoi figli, finalmente vedi te stesso. E ti vedi come primo oggetto di compassione e di amore, perché dentro ciascuno di noi c’è un bombarolo che lancia bombe di continuo dicendoci: non sei all’altezza, non vai bene, non sei degno, non sei abbastanza intelligente, non sei capace, non ce la puoi fare, ma che ti metti a fare? tanto non ce la fai!

Allora capite che acquisire questa visione nuova su se stessi e sulla realtà è un modo straordinariamente efficace di produrre dei frutti e dei fiori. E ricordatevi che il fiore sta lì, e non ha altro piacere e non ha altro gusto, che dare piacere agli altri. E nel fiorire dà gusto agli altri e nel dare questo gusto giustifica il suo essere al mondo. Che siamo venuti a fare a questo mondo? Per fare cosa? Questa è un’altra domanda potentissima… sono domande che dobbiamo farci, cosa vogliamo fare della nostra vita? Un canto di lode o una lagna da commedia napoletana? Perché tocca a noi decidere. Tocca a noi decidere se vogliamo che sia un canto di lode o una lagna.

 

Io ho provato ad individuare su che cosa bisogna agire per poter “vedere”?

Bisogna agire sul corpo, sulla mente e sul cuore. Perché?

Il corpo è un godereccio, cerca soltanto la soddisfazione dei propri bisogni.

La mente è confusa, è abitudinaria, va sempre con il pilota automatico, si fanno sempre le cose nello stesso modo.

Il cuore spesso è atrofizzato, non pulsa bene, non respira, non arriva bene l’ossigeno a tutti i vasi perché il cuore non pompa come dovrebbe. Il cuore è atrofizzato. I sentimenti sono confusi, mai come oggi i sentimenti sono confusi: l’amo tanto, è tutta la mia vita però non so più se l’amo davvero. Un grande caos relazionale!

 

Il corpo è pigro ed ha bisogno di rigore, ha bisogno di disciplina. E bisognerà trovare, anche nella chiesa, il modo di recuperare  un percorso ascetico che sia una ascesi verso una “estetica” cioè non una ascesi fine a se stessa per punirsi, ma per ritrovare una bellezza, un’armonia. Come lo scultore che da quel blocco di marmo tira fuori un angelo. Perché altrimenti il corpo, e quelle che i padri della chiesa chiamavano “le passioni”, si impossessano di te e non sei più tu a comandare, ma le passioni dentro di te, non sei più tu a decidere della tua vita ma le passioni dentro di te. Allora il corpo ha bisogno di bellezza. Il corpo ha bisogno di una purificazione, di una ascesi.

La mente che è confusa ha bisogno di saggezza, ha bisogno di individuare strade nuove, ha bisogno di percorrere cammini non aperti, non esplorati.

Il cuore ha bisogno di amore e di amare. Anche coi nostri figli spesso si fa un errore che è quello di considerare i nostri figli come dei vasi vuoti che sono solo da riempire e più si riempiono di affetto, di consolazione, di tenerezza più crediamo di averli colmati, per carità ci vuole anche questa parte ma è soltanto una parte perché il cuore ha 2 contrazioni, 2 movimenti: sistolici e diastolici. Sono 2 non 1 solo: c’è bisogno di essere amati, ma c’è bisogno anche di amare. Ed amare si impara, non è una cosa acquisita, non è una cosa scontata.

Quindi un percorso sul gusto della vita non può che lavorare su queste dimensioni ma ma l’uomo è una unità, un insieme. Didatticamente dividiamo in settori, ma l’uomo è corpo, l’uomo è mente e l’uomo è spirito, cuore. L’uomo ha bisogno di armonia, di bellezza. La nostra vita ha bisogno di bellezza e bellezza vuol dire apprezzare una giornata bella, apprezzare una giornata brutta, apprezzare la natura, un’opera d’arte, quell’opera d’arte che è quella persona che hai accanto, e che è un’opera d’arte unica, originale!

Il cuore ha bisogno di pulsare altrimenti si atrofizza, muore e si spenge.

 

Vi voglio leggere questo apologo di un maestro zen che è molto bello.

Perché spesso soffriamo? Da dove nasce la sofferenza?

Per rispondere a questo i maestri zen raccontano delle storie, non spiegano (come ha anche fatto Gesù che non ha mai fatto né conferenze né ha scritto libri, raccontava delle storie). Le storie arrivano molto di più di tante altre cose.

“Un maestro zen camminava con i suoi studenti e indicò un masso molto grande e disse: “vedete quel masso?” e i discepoli risposero: “sì, maestro, lo vediamo”. E ancora disse: “secondo voi è pesante?” e gli studenti dissero: “sì certamente è molto pesante” e il maestro: “no, finchè non lo sollevate”.”

Le persone cercano continuamente nella loro vita di spostare dei massi mettendoseli sul groppone (proprio come Atlante), la mente fa proprio così, l’ansia è questo: caricarsi di massi che non esistono, l’ansia è “pre-occuparci” cioè ci si occupa in anticipo delle cose. Il 99% delle cose che ci preoccupano non accadono mai, Mark Twain diceva “la maggior parte delle peggiori cose della mia vita non sono mai accadute”.

E’ nella mente che si gioca la partita. Il masso non è pesante se non provi a spostarlo. Noi con la mente facciamo esattamente questo: proviamo a spostarlo anche se non serve.

 

 

Io ho individuato 7 pilastri della gioia (7 perché è un numero che mi piace particolarmente e che nella numerologia ebraica indica pienezza e poi sono 7 i sacramenti, 7 i doni dello spirito santo, 7 le opere di misericordia, 7 i giorni della creazione (per questo il battistero è ottagonale perché l’8 è il giorno che non esiste, è il giorno dell’eternità)) ma ognuno di voi deve individuare i suoi pilastri della gioia.

Io condivido con voi quello che ho intuito nel mio percorso e che forse possono servire anche a voi ad aprire delle prospettive diverse.

 

1)    la gratitudine. Imparare ad essere grati. Ho domandato a dei preti: tra i vostri penitenti quanti ce ne sono che confessano di essere degli ingrati? Perché per me l’ingratitudine e la disattenzione sono i 2 peccati più grandi perché sono alla radice di tutti gli altri. La vita è il dono che D-o ti ha dato, il modo in cui la vivi è il dono che tu fai a lui, ma come fa D-o ad essere contento se vivi una vita di merda?

La prima cosa per essere contenti è cominciare con un “grazie”. Iniziare la giornata con un “grazie”. Non è automatico risvegliarsi al mattino e essere vivi, “tu dormi e il tuo cuore veglia” dice il salmo. Durante la notte il nostro corpo ha lavorato in modo meraviglioso, noi non ce ne accorgiamo ma la vita dentro di noi continua ed è un prodigio assoluto. Allora cominciare al risveglio con un senso di gratitudine. All’inizio risulta un po’ artificioso ma si può fare. Ma anche guidare la macchina all’inizio è artificioso. Tutte le cose si imparano facendole. Noi siamo le nostre abitudini. Noi siamo quello che facciamo. Se vuoi vedere, impara ad agire. Notate che è rovesciata la prospettiva: se vuoi vedere impara ad agire, impara a fare cose diverse invece di lamentarti.

Erri De Luca (scrittore non credente, grande traduttore dell’antico testamento) tutte le mattine quando si sveglia traduce qualche verso dall’ebraico biblico: “inauguro i miei risvegli con un pugno di versi, così che il giro del giorno prende un filo di inizio, posso poi pure sbandare per il resto delle ore dietro alle minuzie del da farsi, intanto ho trattenuto per me una caparra di parole dure, un nocciolo d’oliva che rigiro in bocca”.

Io per esempio amo moltissimo i salmi, ma ognuno può leggere ciò che gli piace particolarmente. E’ semplice: se vuoi rendere migliore la tua vita devi rendere migliori i pensieri sulla tua vita, se tu pensi male della tua vita come puoi renderla migliore?

Allora capite la saggezza della antiche tradizioni spirituali, anche della chiesa? In tutto il mondo la liturgia della chiesa romana inizia sempre con il salmo 94 “se oggi ascolti la Sua voce, non indurire il tuo cuore” e così si comincia a mettere in bocca con un pugno di versi da rigirare tutto il giorno. Allora i padri della chiesa cosa facevano? memorizzavano il salterio perché non c’erano libri e lo recitavano continuamente. Perché? Perché se metti un pugno di versi buoni, nella tua mente e nel tuo cuore, la tua giornata ha un altro inizio. Ma se tu ti alzi al mattino e cominci a lamentarti: oddio che giornata mi aspetta oggi! Cominci subito male invece cominciare con la gratitudine. La mattina è un momento molto delicato della nostra giornata. Per me è diventata la parte migliore della mia vita, che mi permette di affrontare giornate pesantissime. Io ogni mattina mi faccio la mia camminata nel bosco con un pugno di versi in bocca e quello mi predispone a vivere la mia giornata.

La gratitudine…. Ogni giorno allenarsi. Noi siamo disposti a fare dei sacrifici enormi per acquisire una abilità: per imparare a suonare, per fare la maratona.. Siamo disposti ad allenarci per migliorare le nostre prestazioni, ma allenarci per migliorare la nostra vita? Per renderla più vera, più ricca, più gustosa? Nessuno pensa che sia un allenamento invece è un allenamento! A pensare in maniera diversa ci si allena, c’è da fare una fatica, c’è da sudare, non è automatico. Non esistono le cose automatiche, non c’è niente di automatico nella vita. Ogni giorno mi alleno ad essere attento per rendere presente ciò che è lì ad attendermi. E se sono presente a ciò che è lì ad attendermi, lo vedo, altrimenti passa e non te ne accorgi. Sant’Agostino diceva:  “temo Dio che passa e io non me ne accorgo” cioè se non sei presente non vedi neanche l’opera di Dio nella tua vita, semplicemente non la vedi.

 

2)    il dono e la condivisione. Come si può essere felici senza la dimensione del dono? Come fa un tirchio ad essere felice? Come fa un tirchio di sé, delle sue cose, dei suoi sentimenti, del suo corpo, ad essere felice? Non è possibile! E’ una contraddizione assoluta. Allora la felicità non può che essere condivisione. Quando teniamo tutto per noi e non condividiamo con nessuno ci si condanna ad una tristezza pazzesca! Tutti a lamentarsi che siamo soli, ma tu che fai per andare incontro all’altro? Stai lì ed aspetti che sia l’altro a venire, perché sono sempre gli altri che devono fare…

Vi leggo una cosa sulla condivisione molto bella. Io leggo molte biografie perché si impara un sacco di cose dalle biografie. I biografi di Goethe che amava moltissimo l’italia, raccontano che mentre Goethe scendeva dal monte Baldo, verso il lago di Garda, chiese al cocchiere di fermare la carrozza per ammirare dall’alto il panorama impareggiabile, Goethe era folgorato da così tanta bellezza e dopo qualche minuto di ammirato silenzio, si stizzì e cominciò ad imprecare ad alta voce: “neanche un amico per condividere tanta bellezza!”

Da soli non si gode! Anche per fare l’amore bisogna essere in due. Non siamo costruiti per godere da soli! Siamo costruiti per condividere

E’ interessante il racconto di Matteo dei figli di Zebedeo che chiedono a Gesù uno un posto alla sua destra e uno il posto alla sua sinistra. Risponderà Gesù “chi di voi vuol essere il più grande si faccia servo di tutti”.

 

3)    passaggio molto faticoso ma indispensabile per una vita di contentezza: il perdono. Per andare avanti bisogna imparare a riconciliarci con le nostre ferite, a chiedere perdono e a dare il perdono.

Perdonare non significa “dimenticare”. Freud una cosa buona ce l’ha insegnata: la rimozione è un meccanismo di difesa che non funziona, l’inconscio è come un sacchetto che ha dei buchi, ogni tanto da questi buchi esce roba.

Perdonare non è mettere una pietra sopra ma il perdono riapre il futuro. Quante persone sono bloccate da una ferita che non sono riuscite a perdonare, al proprio padre, alla propria madre, al fratello, a quello che ti ha fregato la moglie..

Il rancore blocca la vita e quando si ferma la vita ci si ammala. Il perdono ha il grande potere di riaprire la vita. Perdonare non è dimenticare le colpe del passato ma è un dilatarsi del cuore ad uno scambio di vita, è ri-offrire un’opportunità alla vita per ricominciare a pulsare. Perdonare non è soltanto un gesto bello che noi facciamo per qualcun altro ma è un gesto bello che noi facciamo per noi stessi perché si riapre la nostra vita, perché l’incapacità di perdonare la chiude completamente, il rancore blocca la nostra vita, la ferma.

 

Vi dico alcuni passaggi che possono esservi utili:

- perdonare è anzitutto cercare di “com-prendere” non di giustificare. Comprendere nella sua accezione etimologica vuol dire “abbracciare”. Anche la misericordia è quel cuore che innanzitutto conosce la propria miseria e così si può dilatare alla miseria degli altri. “Misericordia” significa questo: “aprire il cuore alla miseria degli altri e alla nostra”. Misericordia nell’ebraico biblico si dice “rahanim” e viene da “rèchem” che è il ventre, l’utero della donna; D-o ha misericordia perché ha viscere come ce l’ha la madre per il suo bambino.

A volte vedo delle madri farsi fare delle cose incredibili dai figli e mi domando come fanno a perdonarlo? E l’ho capito studiando le scritture: perché la madre lo ha partorito. Perché D-o ci perdona? Perché ci ha partorito, perché ha viscere di misericordia, come una madre ha questo utero e ci partorisce continuamente ad una vita nuova, e ci vuole nuovi, contenti! Il più bel regalo che possiamo fare a D-o è essere contenti della vita che ci ha dato. La vita è il dono che D-o ci ha fatto e il modo con cui noi la viviamo è il dono che noi facciamo a lui;.

 

-  il secondo passaggio del perdono è non voler diventare come ciò che odi, perché se ti vendichi o se lo ripaghi della stessa moneta, diventi esattamente come ciò che ti ha ferito. Ecco perché la vendetta non funziona: perché diventi in quella maniera che odi.

 

- Perdonare, ad un certo punto, è anche ringraziare per quello che ti è capitato, perché ti ha permesso di diventare la persona che sei. Nel testamento di una pastorella semianalfabeta che era Bernadette Soubirous scrive: “ringrazio tutte voi sorelle mie perché se oggi io sono quella che sono, lo devo anche a tutte voi” e Bernadette era oggetto della gelosia delle consorelle perché a lei era apparsa la madonna. Perché il tuo nemico, il tuo ostacolo diventa il tuo maestro. Questa è la capacità di vedere la vita in maniera diversa: che il tuo nemico diventa il tuo maestro. E in tutte le tradizioni spirituali è così, forse nel cristianesimo questo aspetto è meno accentuato che nel buddismo

- E ora vi dico una cosa dura ma importante: il perdono non comincia dai sentimenti, perché se tu aspetti di avere i sentimenti giusti per perdonare, non lo farai mai. Il perdono comincia da un atto di volontà, dal decidere di perdonare. I sentimenti vengono dopo, qualche volta: molto dopo. Si sceglie di perdonare e poi i sentimenti si allineano. Il perdono è soprattutto una scelta della volontà e del cuore, non solo di non rispondere al male con il male ma di accettare che la tua vita possa ripartire, che è il più bel regalo che tu ti possa fare. Il più bel regalo che possiamo fare a noi stessi è accettare che la nostra vita possa rifluire e rifiorire.

 

4)    la gioia di camminare. Il pellegrinaggio della vita. Io mi sono domandato: come mai in questi ultimi anni è esplosa la moda del pellegrinaggio? Sul cammino di Santiago si trova più gente che in via Calzaioli! Un tempo si faceva come atto di fede, era pericolosissimo, i pellegrini medievali facevano testamento prima di partire perché non sapevano se sarebbero tornati. I luoghi di pellegrinaggio erano 3: a Roma, sulla tomba di san Pietro (era la via francigena); sulla toma di Giacomo a santiago di Compostela; la tomba di Cristo al santo sepolcro di Gerusalemme. Molti di quelli che oggi vanno in pellegrinaggio non sanno forse neanche perché ci vanno, ma qualcosa hanno intuito perché il cuore, anche nell’oscurità intuisce che ha bisogno di bellezza e di armonia, hanno intuito che soltanto muovendosi, cominciando a fare qualcosa di fisico, di concreto, di comportamentale, cioè cominciando a muoversi si può aprire il cammino, perché il cammino si apre soltanto camminando. Se tu stai fermo rimani lì dove sei. E’ soltanto camminando che si apre il cammino. Ciascun cambiamento comincia da un movimento, non è possibile cambiare stando fermi.

Evidentemente camminare è una metafora molto potente. Gesù cammina continuamente: “il figlio dell’Uomo non ha dove posare il capo” e più volte i vangeli ci dicono che Gesù era stanco e si allontanava sul monte saliva su per ritrovare il suo centro, la pace interiore.

Vi leggo questo bel passaggio tratto dal libro “Andare a piedi. Filosofia del camminare”:

“non si fa niente camminando, si cammina e basta. ma non avere altro da fare che camminare permette di ritrovare il puro sentimento di essere, di riscoprire la semplice gioia di esistere, quella che domina tutta l’infanzia” ad un bambino dai un pallone e corre felice tutto il giorno, non ha bisogno di tante cose per essere felice.. “così la marcia facendoci rilassare, strappandoci all’assillo del fare ci permette di incontrare di nuovo quell’eternità infantile, intendo dire che camminare è un gioco da bambini: meravigliarsi della luce che c’è, dello splendore del sole, dell’altezza degli alberi, dell’azzurro del cielo. Non ha bisogno per questo di alcuna esperienza né di alcuna competenza.

Anche le ricerche scientifiche ci dicono che camminare tutti i giorni (senza walkman, camminare e basta) possibilmente nella natura (o anche solo alle Cascine) per almeno 40 minuti è il più potente antidepressivo che esiste in natura, più potente addirittura degli antidepressivi che si assumono farmacologicamente. E’ un potente deterrente contro i pensieri circolari. Io dico sempre alle persone che vengono da me: quando hai un problema che ti assilla, alza il culo e muoviti! Vai a fare qualcosa, muoviti, fai qualcosa di concreto, comincia a cambiare la postura. Come si cambia lo stato mentale? Lo stato mentale si cambia sostanzialmente in 2 modi:

1)  cambiando la postura;

2)  cominciando a lavorare sul dialogo interno.

Oggi sappiamo delle cose meravigliose sul cammino, certo per camminare bisogna stare leggeri tanto è vero che tanta gente che parte per Santiago con uno zaino da 20 kili, mezza roba la lascia per strada. Per camminare bene bisogna camminare leggeri, questo vuol dire che per vivere bene bisogna alleggerire la nostra vita! La grande filosofa ebrea Simone Weil ha scritto una cosa magnifica: “il diavolo è la pesantezza”. Quando il tuo matrimonio è appesantito, quando la tua vita, il tuo lavoro si appesantisce, per vivere il gusto della vita, bisogna alleggerirsi di tante cose che sono zavorra. A me a volte i genitori mi dicono: “i nostri figli sono vuoti!” “no, cari miei, sono troppo pieni, non c’entra più niente in loro perché sono troppo pieni”. Per ricevere, per imparare, per accogliere ci vuole il vuoto, per accogliere l’altro bisogna fare uno spazio che è prima di tutto è uno spazio mentale  e poi anche fisico, sennò l’altro non c’entra. Uno spazio, una leggerezza, siamo troppo zavorrati per questo siamo così spesso appesantiti e essere appesantiti è essere infelici. La preoccupazione per il domani è una zavorra. la preoccupazione per i soldi è una zavorra. La preoccupazione per la salute oltre al normale è una zavorra, così come la preoccupazione per i figli, e la preoccupazione stessa per la nostra vita è una zavorra.

 

5)    perfetta letizia. come si fa ad essere felici? come si fa a campare meglio?

C’è un brano bellissimo dei fioretti. Francesco e frate Leone stanno tornando verso la Porziuncola, è freddo in inverno, e frate Leone domanda: “padre mio che cos’è la perfetta gioia?” Allora Francesco dice “scrivi frate Leone: se un frate minore ridesse la vista ai ciechi, scacci i demoni, renda l'udito ai sordi…. E resusciti i morti di 4 giorni, scrivi che non sta lì la perfetta letizia.

E andando un poco, santo Francesco grida forte: “O frate Lione, se ‘l frate Minore sapesse tutte le lingue e tutte le scienze e tutte le scritture, sì che sapesse profetare...scrivi che non è in ciò perfetta letizia.

Francesco dà un Koan, cioè una parola paradossale non immediatamente comprensibile, e conclude dicendo:

“Quando noi saremo a santa Maria degli Angeli, così bagnati per la piova e agghiacciati per lo freddo e infangati di loto e afflitti di fame, e picchieremo la porta dello luogo, e ‘l portinaio verrà adirato e dirà: Chi siete voi? e noi diremo: Noi siamo due de’ vostri frati; e colui dirà: Voi non dite vero, anzi siete due ribaldi ch’andate ingannando il mondo e rubando le limosine de’ poveri; andate via; e non ci aprirà, e ci farà stare di fuori alla neve e all’acqua, col freddo e colla fame; allora se noi tanta ingiuria e tanta crudeltà sosterremo pazientemente senza turbarcene e senza mormorare di lui, e penseremo umilmente che quello portinaio veramente ci conosca, che Iddio il fa parlare contra a noi; o frate Lione, iscrivi che qui è perfetta letizia.”

 

Ci può essere gioia anche nel dolore, se è un dolore che partorisce amore, perché allora quel dolore fiorisce proprio come scrive quella canzone di De Andrè: con il concime fioriscono i campi, dai diamanti non nasce nulla. I diamanti e il carbone hanno la stessa composizione chimica, la differenza sta nella luce, per vivere c’è bisogno di luce non a caso Gesù ha detto “Io sono la luce del mondo” non si vive bene nel buio, nell’oscurità, è la luce che renda il nostro carbone un diamante.

 

6)    xeniteia” è una parola che usavano i padri del deserto che significa “sentimento di estraneità”. Che significa? Vi dicevo che per vivere felici è importante essere leggeri, e xeniteia significa “non attaccarsi”, vivere tutto ciò che amiamo senza attaccamento (non senza affetto). Tuo figlio non è tuo! Questo vuol dire xeniteia, è quella libertà interiore che ci permette anche di amare veramente, perché se tu credi che tua moglie è tua, il matrimonio è già finito.. Xeniteia significa quella libertà interiore che ti consente quello spazio, quella distanza necessaria per amare, perché nell’attaccamento non ci può essere libertà di amare, c’è fusionalità, c’è confusione ma non libertà di amare.

Anche il parrocchiano non è colui che sta dentro la parrocchia ma il “parrocchiano” (composta da 2 parole “icheo” che significa “abitare” e “parà”  “nei pressi”) è “colui che abita nei pressi”  cioè sta ai margini, è pellegrino, estraneo, forestiero. Nella lettera di Diogneto (uno dei più antichi documenti sulla vita dei primi cristiani) e dice che i cristiani sono nel mondo “pellegrini, forestieri” abitano il mondo, sono dei cittadini seri, responsabili, pagano le tasse e a differenza di pagani condividono tutto ma non il letto, non espongono i figli (era l’aborto di quei tempi, cioè abbandonavano i bambini per farli morire di inedia). Allora i cristiani abitano nel mondo ma non sono del mondo. Questa è la xeniteia di cui parlano i padri: essere nel mondo pienamente sapendo che la nostra patria è da un’altra parte, la nostra vera casa è il cuore di D-o.

 

7)  La compassione e l’agape. Agape è il termine che i vangeli utilizzano per indicare l’ “amore”, in latino è “charitas” ma oggi il termine “carità” è un po’ frainteso. Per carità si intende più che altro l’elemosina, la beneficenza, invece la charitas di cui parlano le scritture è un’altra cosa.

Il segreto di una vita riuscita, di una vita piena di gusto, alla fine, è AMARE, imparare ad amare. “Non c’è gioia più grande di questa: dare la vita per coloro che si amano”. Negli atti degli Apostoli viene riportato un detto di Gesù: c’è più gioia nel dare che nel ricevere.

Allora capite che anche avere un cuore compassionevole, un cuore che ama significa predisporre la nostra vita alla gioia. Le ricerche scientifiche di questi ultimi 20 anni sul tema dell’altruismo e della socialità ci dicono sostanzialmete quello che ci dicevano i nostri nonni: far del bene fa bene, far del male fa male.

Mac Lelland ha fatto una ricerca sui benefici della compassione. Agli studenti di psicologia di Harvard ha mostrato un filmato in cui madre Teresa si adoperava con i più poveri nelle strade di Calcutta. I soggetti riferirono che le immagini avevano suscitato in loro sentimenti di compassione. In seguito Mac Lelland analizzò la saliva dei volontari rivelò in essa un aumento dell'immunoglobulina A che è un anticorpo che aiuta a combattere le infezioni delle vie respiratorie, allora è vero che far del bene fa bene, far del male fa male. La compassione fa bene, l’avversione per gli altri fa stare male.

 

Concludo condividendo questo testo con voi. Dal vangelo di Matteo 6,25-34

 

 

Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito? 26Guardate gli uccelli del cielo: non séminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? 27E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita? 28E per il vestito, perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. 29Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. 30Ora, se Dio veste così l'erba del campo, che oggi c'è e domani si getta nel forno, non farà molto di più per voi, gente di poca fede? 31Non preoccupatevi dunque dicendo: «Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?». 32Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno. 33Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. 34Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena.

 

 

NB: Questa trascrizione non è stata rivista dall’autore e risente dello stile parlato.