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“Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv. 10,10). Il gusto della vita e la speranza cristiana.

 

Ritiro di condivisione guidato da Don Luca Carnasciali,
parroco di S.Vincenzo  a Torri - Scandicci

Sabato 6 Giugno 2015, dalle ore 09,30 alle ore 17,30

 

Don Luca Carnasciali, parroco di S.Vincenzo a Torri

Sabato 6 Giugno 2015

“Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv. 10,10). Il gusto della vita e la speranza cristiana.

 

Giovanni 10,1-20:

Io sono la porta

1 «In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un'altra parte, è un ladro e un brigante. 2Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. 3Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. 4E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. 5Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». 6Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro.

7Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. 8Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. 9Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. 10Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza.

 

Io sono il buon pastore

11Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. 12Il mercenario - che non è pastore e al quale le pecore non appartengono - vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; 13perché è un mercenario e non gli importa delle pecore.

14Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, 15così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. 16E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore. 17Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. 18Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio».

19Sorse di nuovo dissenso tra i Giudei per queste parole. 20Molti di loro dicevano: «È indemoniato ed è fuori di sé; perché state ad ascoltarlo?». 21Altri dicevano: «Queste parole non sono di un indemoniato; può forse un demonio aprire gli occhi ai ciechi?».

 

Tutti gli uomini, più o meno consapevolmente, sono alla ricerca della felicità, di una vita piena, di una vita che valga la pena di essere vissuta, di una vita per cui, a fine giornata, tu senta il bisogno di ringraziare se stessi, o il partner, o Dio. Sono pochi quelli che sentono questa esigenza.

Parole come “Perdita di senso della vita e del vivere”, “L’incapacità di vedere mantenute le promesse di felicità e di realizzazione che la vita sembrava averti offerto”, “disillusione”, “rassegnazione”, “desolazione”, “infelicità”, “disperazione” .... sono tutte parole che ricorrono spesso ai nostri giorni, e che penso Simone Olianti nel pomeriggio affronterà anche in virtù dell'esperienza di psicologo che vive.

Filosofi, letterati, specie dall'800 in poi, e soprattutto nel '900 – ricordiamo che il “mal di vivere” è la malattia dell'uomo del '900 – si sono dilungati molto su queste tematiche. Il mal di vivere, la disillusione nei confronti di scienza, tecnica, filosofia, la fuga verso altre realtà che sublimassero questa esistenza, ha toccato, chi più chi meno, con accenti diversi, solo per citarne alcuni, i vari Leopardi, Montale, Schopenhauer, Nietzsche, Svevo, Pirandello, Proust, Thomas Mann, Kafka, e via dicendo.

Ma il male di vivere è anche l’incapacità dell’uomo di comunicare, è isolamento, frattura, vita strozzata. È il male dell’“essere”, in quanto ci impedisce di avere delle certezze, di conoscere la realtà e noi stessi. “Il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro di me”, afferma Montale: da qui il senso di finitezza, di impotenza, di non-vita, di esperienza del nulla e dunque negatività, inutilità, aridità.

Nella modernità c'è stata l'illusione dell'Illuminismo, del Positivismo con le loro promesse non mantenute fino in fondo, la creazione degli stati nazionali …, per arrivare alla post-modernità … e via dicendo.

Durante la Grande Guerra, di cui quest'anno ricorre il centenario, poeti come Ungaretti, vivendo la realtà imperiosa della guerra, i suoi orrori e i suoi massacri, prende coscienza delle contraddizioni del vivere umano tra slancio vitale e morte incombente. Tutta la vita nella sua parabola appare vuota desolazione, una “corolla di tenebre”. L’uomo è una fragile creatura che, sola, passa col “suo sgomento muto”. È un “uomo di pena”, un “nomade”, un girovago, alla “folle ricerca di un paese innocente”, della “Terra Promessa”, dove sia possibile sentirsi in armonia con l’universo, sottrarsi al “tempo demolitore”, al “consumarsi senza fine del tutto”.

Ungaretti, riconosce che l’uomo è sino alla fine in balìa di un viaggio verso la morte senza alcuna possibilità di intervento, senza la possibilità di “accasare” in qualche parte di terra, perennemente profugo, sradicato, strappato via da un punto fermo in cui riconoscersi e in cui placare la sua sostanza umana.

Alla consapevolezza amara del dolore, della caducità e della fragilità, risponde il disperato bisogno dell’uomo di reagire, di resistere allo scacco, alla sconfitta, allo sbandamento e …  indica nei versi poetici l'unica possibilità dell'uomo, o una delle poche possibili, per salvarsi dall' "universale naufragio", in attesa della conversione che, per lui, arriverà di lì a poco.

Ho preso a prestito l'esperienza di grandi figure della cultura (occidentale) perché possano aiutarci a far mente locale su di noi, su l’esperienza dell'uomo di sempre e, forse ancora di più, del giorno d'oggi, sempre più ingabbiato tra i desideri del cuore e le mille promesse illusorie di felicità, che stuzzicano peraltro più la "pancia" del cuore, e l'impossibilità reale di raggiungerla da soli, con mezzi leciti, e quando lo si fa con mezzi non leciti, ci si ritrova soli, umiliati nella dignità, a mendicare amore, verità, senso.

Non è questa l'esperienza maggiore che fa l'uomo di oggi, sempre più in anticipo sull'età, tanto che - malattie a parte - il mal di vivere colpisce frange di persone sempre più giovani? Basta vedere l'insoddisfazione dei nostri bambini viziati e insoddisfatti in età sempre più precoce.

Ma anche fenomeni di oggi, migranti, guerre “di religione”, non sono affermazione o domanda disperata di ricerca di senso, DI UNA VITA MIGLIORE?

Pensiamo al fenomeno dei social network …. del farsi vedere per sentirsi qualcuno, pensiamo alla velocità delle cose che, così come arrivano, in un batter d'occhio, passano ….

Anche guardando il Cinema, notiamo che il festival di Cannes di quest'anno ha ratificato in quasi tutti i film proprio questo: ha prevalso il rimpianto e il rimorso per le occasioni vissute, l'incapacità di confrontarsi col lutto, spesso frutto di mancanza di scelta, di pseudo-valori alla guida della vita, come nel film YOUTH-LA GIOVINEZZA, dove si passa dall'esaltazione della bellezza e della salute del corpo, da mantenere giovane in tutti i modi, al disincanto e al rimpianto per la vita passata, senza alcuna apertura al trascendente, in un mix di cinismo e mancanza di speranza … sembra che proprio la mancanza di speranza sia stata la cifra di tutto il festival di Cannes.

Affermare di essere felici, di poterlo essere davvero - allora - oggi è diventato rivoluzionario, eversivo, da sognatori, da illusi. (vedi il titolo di uno dei libri del momento: “la tentazione di essere felici” di Lorenzo Marone in cui la felicità diventa una tentazione ….)

Eppure c'è in ogni uomo il desiderio, anche quando viene messo a tacere, di VITA PIENA, di felicità, di amore vero, di saper gustare la vita.

C'è bisogno per l'uomo di oggi di UNA VITA RICONCILIATA, DI UNA UMANITA' RICONCILIATA, PACIFICATA CON SE STESSA, con gli altri, con la natura, col creato.

Il motto “diventa ciò che sei” di Nietzsche non è l'andare oltre l'umano, il creare l'uomo nuovo che si emancipa dalla realtà e dalla moralità del tempo, ma è DAVVERO RISPONDERE A QUANTO ABBIAMO DENTRO e a quanto, il CUORE ci promette. La frase di Gesù del Vangelo lo conferma: “sono venuto perché abbiate la vita e l'abbiate in abbondanza”

È proprio necessario fuggire dalla realtà, perché non promette quel che mantiene, rifugiandosi in filosofie stravaganti di ogni tipo, in paradisi artificiali, o nella droga o alcool, come fanno tanti oggi?

Nella tradizione biblica, specialmente neo-testamentaria, ci sono 2 sostantivi, per la parola VITA: BIOS e ZOE'.  Entrambi significano vita, ma in 2 sensi diversi.

BIOS è vita in senso di condizione dell'esistenza e dei modi in cui si svolge la vita, limitata al nostro corpo e alla nostra storia personale

        Nel Nuovo Testamento Bios è usata anche nel senso di “patrimonio, di sostanze, mezzi di sussistenza”.

ZOE' – è il principio, è l' essenza della vita.

        Il Nuovo Testamento la usa nel senso di VITA TOTALE, PIENA, ultimamente DIVINA, la usa cioè in senso teologico naturale e soprannaturale.

 

E qui siamo al punto focale del nostro discorso. Quante volte la fede è stata, ed è accusata, di guardare solo all'aldilà e di non aver rilevanza per questa vita, vista per lo più come un mero passaggio, una mera preparazione all'altra?

Quante volte Gesù specialmente nel Vangelo di Giovanni parla di vita piena, che è già eterna in attesa di realizzarsi pienamente? Vediamole:

Gv 1:4 In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini;

Gv 4:14 ma chi beve dell'acqua che io gli darò, non avrà mai più sete, anzi, l'acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna».

Gv 6:35 Gesù rispose: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete.

Gv 6:68 Gli rispose Simon Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna;

Gv 8:12 Di nuovo Gesù parlò loro: «Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita».

Gv 10:10 Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza.

Gv 14,6 Io sono la via, la verità e la vita.

Gv 17:3 Questa è la vita eterna: che conoscano te, l'unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo.

Il nostro brano si colloca nel Tempio, dopo l'episodio del cieco nato, cacciato fuori dai falsi pastori e accolto dalla porta che è Cristo e dal Cristo buon pastore - nella comunione con le pecore.

Gesù qui usa 2 similitudini (non ci sono parabole in Giovanni), 2 metafore, immagini, allegorie, quella della: porta e del pastore.

Le “pecore” sono l'immagine del popolo fin dall'antichità, (vedi nei Salmi).

Il “Recinto” sono il Tempio e la Legge che erano la protezione dell'identità di Israele. Le porte della città e del Tempio erano ben presidiate, anche di notte.

I “Briganti” (capi politici o banditi rivoluzionari) e i “ladri” sono coloro che vogliono corrompere e che hanno corrotto la vera immagine di Dio, e che sfruttano il popolo.

In questo brano i verbi usati dal pastore sono importanti: aprire del guardiano, ascoltare, chiamare per nome (una ad una!), condurre fuori, camminare innanzi, seguire….

La “PORTA”: se finora si era tratteggiata l'esperienza di liberazione dell'Esodo, ora ENTRARE per la porta ci indica il FINE: ENTRARE PER LA SALVEZZA e non solo entrare ma anche uscire/entrare, sentirsi liberi, a casa, dove trovi pascolo e riposo….

Quanta nostalgia di casa in tanti viaggi, fughe, evasioni di giovani e meno giovani…!

Grazie alla porta/Gesù, noi troviamo la porta della nostra interiorità,! è la porta di accesso a noi stessi, alla profondità del nostro essere. Ascoltando, comprendendo e seguendo Gesù, trovo me stesso, trovo la risposta, la chiave della mia vita.

E l'uscire poi è anche l'andare verso il mondo, per diffondere questa vita, che al versetto successivo Gesù esplicita (è il versetto che dà il titolo a questa giornata): avere VITA PIENA, accesso alla completezza del nostro essere personale e comunitario.

E questa vita è divina, ci viene da lui, non può che essere così.

Gesù non ci garantisce la mera sopravvivenza, la vita stanca e vuota, la routine, ma l'abbondanza della vita "FINO ALL'ORLO" come a Cana o nelle ceste avanzate dopo la moltiplicazione pani, la vita che diventa sorgente che zampilla (nell'incontro con la samaritana).  La vita che Cristo ci dà è dono sovrabbondante di Dio, che va oltre ogni nostra attesa e desiderio.

Poi prosegue dicendo che dà la vita, cioè VIVE per le pecore (in Giovanni non c'è sacrificio vicario/espiatorio = il morire al posto di … , ma la croce è la naturale conseguenza dell'ESISTERE PER gli uomini, della sua esistenza aperta al dono totale di sé) e lo fa per AMORE PURO, INCONDIZIONATO.

Se guardiamo bene, la scarsa fede, la disillusione verso il bene, il poco amore, sono conseguenza del poco amore ricevuto, che sentiamo attorno a noi, dal rifiuto di come siamo da parte degli altri (a volte anche da persone significative) e chi non si sente amato, finisce per rifiutare se stesso, per non amarsi e non amare e quindi non avere VITA.

Gesù doveva dimostrare un amore INCONTENIBILE, INCONDIZIONATO, TOTALE, CHE SI METTE IN GIOCO E NON ESCLUDE DI MORIRE PER TE. E ogni volta che siamo feriti,  abbiamo bisogno di chi ce lo dimostra, di chi si fa specchio di quell'amore divino, con la sua umanità "divinizzata"

C'è poi l'aspetto della “conoscenza intima”, su cui non ci dilunghiamo, ma che è capitale! perché parla di intimità, di comunione di vita. Il ritiro di oggi è anche questo: ricalibrarci su Dio e tra di noi, nel conoscerlo meglio e conoscerci, anche con lo strumento chiave del silenzio e della solitudine.

E infine il DARE e il RICEVERE. Dicevamo che se non mi sento amato, non posso amare, non posso donare, idem qui: dare e ricevere indietro (non “riprendere”!!), se do soltanto mi esaurisco, se invece ricevo e so di ricevere…..c'è equilibrio

 

Ma perhè diciamo questo….cosa ci fa dire che seguendo queste Parole di Vita, rispondiamo al nostro cuore, ai nostri desideri, e la nostra vita cambia? Chi me lo garantisce, a parte le parole stesse?

Io direi che ce lo garantisce la vicenda umana di Gesù stesso, dell'uomo-Dio.

Se su questa accusa di non rilevanza della fede per la vita e del pensare solo all'aldilà, specie per il passato, dobbiamo batterci il petto come chiesa, un'altra distorsione avviene quando si dice che la fede cristiana è una piccola leggenda, un trastullo per menti adolescenti e sognatrici quando non "al di sotto degli standard normali di intelligenza" (Voltaire e Odifreddi), un riparo per la paura della morte da parte dei più vecchi, o un passo obbligatorio per entrare nel mondo degli adulti (attraverso i sacramenti) e ancor peggio un'espressione della creatività di uomini non in grado di far i conti con la verità del mondo e dell'umano….INSOMMA, di non saper intercettare il reale!

Ecco, qui c'è  proprio IL CORTO CIRCUITO, qui dobbiamo riflettere e interrogarci, perché la fede cristiana è fondata su una persona: Gesù, che i conti con l'umano li ha fatti eccome! Nella sua vicenda c'è lo stile di Dio, trascendente e condiscendente con l'umanità, che dopo aver creato l'uomo, ne viene anche ad imparare la condizione sulla terra. E allora acquistano senso i 30 anni "sprecati" apparentemente da Gesù a Nazareth, proprio perché prende sul serio la vita!!

GESU' è l'UOMO FELICE, realizzato, felice di stare al mondo, che ama la vita. In piena armonia con se stesso nei gesti e nelle parole. Un uomo a tutto tondo, riuscito.

Che cammina per le strade, che non ha paura di confrontarsi con alcuno, che non tiene gli altri lontani da sé né per paura né per snobismo o alterigia, anzi li attende, li cerca, che non condanna l'altro, e per ogni persona ha un modo differente e pertinente di parlare, perché ogni uomo è a immagine di Dio e nessuno deve sentirsi estraneo per Dio.

E Cristo è così, non solo perché è anche Dio, ma perchè si sente amato, l'inizio e il fine di tutto è l'amore, ha senso vivere se mi sento amato e amo.  Alla fine il succo di tutto sta qui….

Cristo ci rivela che Dio è Padre proprio perché vuol far sorgere in ognuno la sua vera identità di figlio amato, perché vuole che fugga la paura e la ferita del non sentirsi amato, perché Dio permette e vuole che ciascuno di noi SIA VERAMENTE SE STESSO.

Gesù che mostra come la fede, il fare la volontà di Dio, non sia un doppione dell'esistenza parallelo e dovuto rispetto al resto della vita, ma una dimostrazione che l'uomo è sotto la benedizione di Dio (l'affermazione di Genesi 1 ogni uomo se la deve sentire su di sé: tu sei buono, anzi molto buono).L'amabilità di sé che si cerca in tante cose: wellness, chirurgia estetica, viaggiare, classici cammini psicoanalitici ecc., ha radici in cielo e risposta in Cristo.

La vita di Gesù come tentativo di riattivare nell'uomo l'autorizzazione ad amarsi, a sentirsi amato, a sentirsi sotto l'ombrello di Dio. Non c'è uomo che sia ateo, nel senso di privo della benedizione originaria del creatore, che è all'origine della gioia, vita piena e buona!
Quali sono le CONSEGUENZE ANCHE PER il nostro ESSERE cristiani?

Occorre FAR TRASPARIRE questa GIOIA per la VITA E per l'AMORE RICEVUTO e in più occorre SUSCITARLO IN ALTRI, NON USARLI, NON FAR DA MERCENARI, BRIGANTI, LADRI … perche non essere gioiosi, non amare è  uguale a non dare la vita!

La pentecoste ci ha ribadito da poco che non siamo soli, non è solo un esempio che Gesù ci lascia, ma ci ha lasciato il Suo Spirito, che ci guida a tutta la verità e ci rende capaci, dal di dentro, cambiandoci il cuore continuamente, di sentirci amati, di amarlo, di testimoniarlo, perché è il bene per noi prima di tutto, è vita per noi!