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A pag. IX p.Alfredo precisa che tutti questi libretti sono scritti “non per voglia di scrivere o per una certa compiacenza, ma come mezzo di efficacissimo apostolato – scripta manent  - tra quelle persone che mi seguono”.

Tutte queste “storielle”, tutte intrise di stupore e di fede vissuta intensamente  col cuore, vedono sviluppare amicizia nella quotidianità ed sentimenti intensi.

 

Una sintesi di come “trasformante” è questo modo di affrontare la vita lo si trova nella prefazione (Presentazione)  di Piccole esperienze a cura di P. Tarcisio Merola C.P. (che segue subito sotto). P.Tarcisio parla dei piloni nascosti sui quali il Signore getta le lunghe arcate della sua amorosa presenza nella vita di ogni uomo. 

 

PRESENTAZIONE

 

Questo nuovo libretto di padre Alfredo dovrebbe essere letto da tutti quelli che, per legami naturali, per ministero, o per professione, hanno contatto con persone bisognose di aiuto, particolarmente anziani o malati.

 Vi si impara la maniera per scoprire quali ricchezze di esperienze vissute si annidano nella pellicola vivente nascosta in quelle persone, che l'età o la malattia sembrano aver messo fuori corso.

Via via che prendono confidenza con chi li assiste questi, non senza una profonda emozione, li segue nel loro lungo cammino, quasi rivivendo con loro gioie e dolori.

Verso il tramonto della vita, svanendo come foglie secche portate via dal vento tutte quelle passioni che spesso hanno costituito i tempi forti della loro vita, affiorano nei lunghi confidenziali colloqui, i migliori momenti vissuti dall'anziano.

Ed è bello poter notare che quei momenti si rivelano, all'occhio sagace del Sacerdote o della Suora, quali piloni nascosti sui quali il Signore getta le lunghe arcate della sua amorosa presenza nella vita di ogni uomo. E allora non è difficile far notare e quasi toccare con mano che il Signore, proprio perché Padre di tutti, ci è sempre presente con la sua azione benefica.

In questa opera di scoperta padre Alfredo è innegabilmente dotato di un particolare carisma.

Personalmente gliene sono gratissimo.

Debbo confessare che provavo inspiegabilmente una innata repellenza a frequentare case per anziani e ospe-dali, forse perché mi sentivo incapace di portare loro sollievo e infondere fiducia.

La Provvidenza volle che mi trovassi accanto il padre Alfredo in questa specifica attività.

Ed ecco come avvenne.

Chiamato dai Superiori ad aprire una Casa in Roma «Villa S. Paolo della Croce» (via di Selva Candida -Borgata Casalotti) per assistenza agli anziani, accettai chiedendo come collaboratore il padre Alfredo.

Si trattava di un coraggioso esperimento per cercare di trovare una destinazione valida ad un moderno e grande edificio sorto come seminario.

Decidemmo di dare un carattere il più moderno alla nuova Casa per anziani. E fu aperta con tutti i crismi legali, con l'originale fisionomia di -Clinica: Direttore sanitario Dott. Alfredo Bilotta; Primario cardiologo Prof. Giuseppe Peruzzi; giovane psichiatra per l'età involutiva Dott. Alfredo Ancora ed altri quattro giovani medici per l'assistenza diurna e notturna.

Mons. Dabrowski, Segretario della Conferenza Episcopale polacca, ci fece venire da Varsavia - da un giovanissimo Istituto di Suore Passioniste cinque Suore diplomate infermiere con la Superiora laureata in psicologia della età involutiva.

La cucina l'affidammo ad un ottimo ristorante di Roma. I parenti, volendo, potevano scegliere, a prezzo fisso, fra i tre menù giornalieri o mangiare alla carta.

Le domande di ricovero erano sempre più numerose; quotidiani i problemi la cui soluzione spesso non ammetteva indugi; sempre nuovi i casi di gravi situazioni familiari da affrontare, ecc.

Si arrivava alla sera stanchi, ma felici, il lavoro era tanto ma anche le soddisfazioni spirituali non erano poche.

Nella Clinica-Albergo di Villa S. Paolo della Croce, ho capito la sublime lirica di Francesco su «Sorella Morte».

Non di rado avveniva che i parenti nel giorno della morte dei loro cari, restavano a desinare con noi, pervasi da una dolce rassegnazione per averli visti chiudere serenamente gli occhi nella pace del Signore. Era l'ultimo colloquio con loro dopo le tante indimenticabili serate passate insieme al fresco sotto il cielo di Roma.

La scoperta più bella fu questa: l'uomo in fondo è sempre veramente religioso anche quando per anni ha percorso altre strade, per cui se verso il tramonto della sua vita ha la fortuna di incontrare un sacerdote o una Suora, animati da vero spirito evangelico, rivela il meglio di se stesso e si apre alla grazia di Dio come un fiore al suo giusto calore.

Per ottenere questo, però, alle parole bisogna far seguire fatti concreti e costanti. Così quando ricoverati, loro parenti, sanitari, personale si convinsero che l'ordine affisso nella bacheca «gli ospiti vanno trattati come le pera noi più care», era veramente nostra norma di vita, Villa S. Paolo della Croce diventò una vera famiglia.

Assistemmo a dei fatti commoventi. Non sapevamo dire di no a casi pietosi, per cui furono accettate sei vecchiette, costrette ad uscire da una altra Casa di Assistenza dove pagavano una quota assolutamente inadeguata.

Umanamente parlando è difficile conciliare carità ed economia, ma nostro Signore non viene mai meno.

I primi ricoverati furono i coniugi Nicolina e Giuseppe Lunetta, lei maestra elementare e lui infermiere diplomato, ormai paralizzato. Tutti e due hanno chiusi gli occhi nella nostra Clinica. Essi, convinti che l'esperimento di assistenza  della  Clinica-Albergo  rispondeva piena-mente alle aspettative di quanto un anziano può onestamente desiderare, donarono il loro appartamento sito in Piazza Irnerio a Roma. Generosità che permetteva all'Amministrazione di uscire dal deficit e chiudere con un congruo attivo.

Non si può negare che tra lagher per anziani vi siano anche ottime case di riposo.

La nostra esperienza, però, ci ha convinto che la persona anziana, specialmente quando incomincia ad avere degli acciacchi, se è seguita quotidianamente da medici validi e infermieri vigili e premurosi, vede la sua vecchiaia rifiorire, i parenti la frequentano con gioia e soddisfazione e la vita umana si avvia al suo tramonto come Dio vuole, cioè, una lampada che si spegne per mancanza di olio.

La società moderna avrebbe tutti i mezzi per circondare la vecchiaia di serenità e di stima, manca però il meglio, che l'angelica e quasi irreale figura di Giovanni Paolo 1° sintetizza con una parola «Cuore».

Ai Sacerdoti e alle Suore il compito di vivificare della vita di Cristo tutte le aspirazioni della società moderna che, diversamente, si affogherà nella sua visione pagana della vita.

È quanto la quadrata e luminosa figura di Giovanni Paolo 11°, dopo l'enciclica-programma «Redentor homi-nis», va costruendo e ricordando a tutti: cardinali, vescovi, preti, suore, popolo in Piazza S. Pietro e nei suoi viaggi apostolici.

                                                                          P. Tarcisio Merola C.P.

21 novembre 2001 - festa della Presentazione di Maria SS. al Tempio

 

Sotto riporto da pag 4 e 9 della II edizione dii “Piccole Esperienze”.

Divertentissima la prima esperienza di p.Alfredo intitolata IL PRIMO INCONTRO. Tutto da leggere d'un fiato!

 

Così, «Tu che non vedi Dio, mediante l'amore del prossimo ti avvicini a Colui che vuoi vedere; amando il prossimo tu purifichi il tuo occhio per vedere Dio... Amando il prossimo e avendo cura di lui, tu compi il tuo viaggio. E dove sei orientato, se non verso il Signore Dio, a Lui, che dobbiamo amare con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le nostre energie? In realtà, ancora non abbiamo raggiunto il Signore, ma abbiamo con noi il prossimo. Con esso tu stai camminando; portalo, dunque, con te, affinché tu possa giungere fino a Colui con il quale desideri rimanere» (A. Agostino, in Joan. 17).

È stato in questa prospettiva di fede e di amore che SONO ANDATO AD INCONTRARLI.

 

IL PRIMO INCONTRO

Ero superiore al Monteargentario - Grosseto -. 11 Parroco di Giglio Porto (Isola del Giglio), mentre si arrampica sull'altare maggiore, cade e si frattura il femore. Povero Don Giuseppe Cataldo! Ne avrà per molto... Sono pregato di mandare un religioso per il servizio domenicale.

Porto S. Stefano-Isola del Giglio: tre quarti d'ora circa di navigazione. Nella stagione invernale il tratto di mare tra il Promontorio e l'Isola, «il Canale», è quasi sempre agitato. Il «Postale», per tutto il tragitto, non fa che ballare sulle onde. A chi non soffre il mal-di-mare vien forse da sorridere nel vedere i poveri passeggeri col volto sbiancato, con gli occhi fuori dell'orbita e col secchiello in mano pronto per un eventuale ed improvviso... rovescio di stomaco.

Sono andato due volte in Brasile, servendomi dell'aereo (diecimila chilometri, dodici ore di volo). Solo una volta, nel tratto Bahia-Rio de Janeiro, ebbi un lieve disturbo, non così forte tuttavia, da servirmi di quei gentili sacchetti di nylon su cui era scritto: «Para o vosso conforto».

Ma sulla imbarcazione per il Giglio, piccola e ostinatamente danzante, gli effetti di quel ballo sono comuni, al punto che una volta mi accadde di strappare il secchiello dalle mani di una ragazza che mi era vicina, a causa dell'improvviso insorgere del solito fastidio. Soltanto due volte mi fu possibile farmi supplire, in quel servizio domenicale, da due religiosi.

Per le feste natalizie vi si recò il carissimo P. Tarcisio Merola. Poverino! Vi giunse così malconcio, che non gli fu possibile né celebrare la S. Messa di mezzanotte, né mettersi in confessionale. Provvidenza divina, che era lì un altro Sacerdote, Don Andrea Rum, cognato di Don Giuseppe e segretario del Vescovo, Mons. Galéazzi, il quale potè celebrare la S. Messa.

Questo avanti-indietro mi durò per tutta la stagione invernale: andata, sabato pomeriggio; ritorno, lunedì mattina.

Chiunque avesse voluto vedermi, mi avrebbe sorpreso col famoso secchiello in mano. E sì che feci tutte le prove per superare 1'«Impasse»: a stomaco pieno e a stomaco vuoto; con liquidi e con solidi; con la pasticca e senza la pasticca... Nulla da fare. Conclusi, allora, che sarebbe stato meglio viaggiare con lo stomaco pieno; c'era più soddisfazione di rendere funzionante - Ahimè! - quel benedetto secchiello.

Fu appunto in questa cornice che una domenica, terminata la S. Messa, vengo invitato ad assistere un moribondo. Mi assale un tremore insolito... Era la prima esperienza del genere. Come ne sarei uscito? Prendo il rituale, l'acqua santa, la stola e... via, dietro la guida.

La stanza del malato è piena di gente. Il moribondo è lì, sul letto.

Senza aver il coraggio di rivolgere una parola a qualcuno degli astanti, tanto meno sussurrare una giaculatoria all'orecchio del moribondo, apro il rituale, molto impacciato, e inizio le preghiere degli agonizzanti.

All'«Esci, anima cristiana, da questo mondo», rimango interdetto. Sbircio, timoroso, il moribondo: respira ancora... Che fare? Non mi sento autorizzato a impartire un comando così solenne e decisivo... Salto le fatidiche parole e continuo le preghiere con voce più tenue e stentata. Naturalmente tralascio anche l'altra frase che è alla fine delle preghiere: «L'eterno riposo...».

Il moribondo respira sempre.

Vedendo la gente che risponde con tanta devozione alle preghiere incomincio da capo con la speranza che, almeno questa volta, non dovrò saltare nulla. Ma il moribondo è sempre lì, tra la vita e la morte. Respira ancora.... Imbarazzato, mi rivolgo agli astanti per chiedere se devo smettere o continuare. «Continui, continui», mi rispondono tutti in coro. Sempre più imbarazzato e pensando chissà quanto tempo dovrò stare ancora lì, ricomincio le preghiere con sempre meno entusiasmo e fervore.

Ad un certo punto mi arresto. Il moribondo apre alquanto gli occhi. Sembra mi voglia dire qualche cosa. Forse è l'ultima sua volontà..., forse un segreto celato a lungo nel più profondo dell'anima... Mi chino su di lui. Il poveretto pronunzia a stento e con un fil di voce due sole parole e chiude nuovamente gli occhi, più sfinito che mai per lo sforzo fatto. Rimango di stucco. Con disinvoltura recito qualche altra preghiera, poi dico agli astanti: «Io vado. Se dovesse aggravarsi, chiamatemi...».

Il pover'uomo muore dopo qualche istante, prima ancora che io arrivi in canonica.

Cosa mi aveva detto? «Troppo lunghe!...» Le mie preghiere lo avevano stancato... E' stato il mio primo contatto con i moribondi e i malati in genere. Ebbi l'impressione che non ero troppo tagliato per assistere i moribondi o stare vicino agli infermi: quell'impresa era per me troppo ardua!

 

LE VIE DI DIO

Davvero le vie di Dio sono imprevedibili. Quel che sembrava del tutto alieno dalle mie attività sacerdotali, le difficoltà che potevano apparirmi insite alle possibilità di adeguarmi ad un certo tipo di pastorale avrebbero dovuto orientarmi, al contrario, ad uno degli scopi, forse precipuo, della mia esperienza di sacerdote.

I Padri Passionisti della Provincia romana avevano aperto a Roma, in via di Selva Candida, nella centrale Casalotti, una Clinica Gerìatrica, denominata «Villa S. Paolo della Croce».

Fui invitato ad assumervi l'ufficio di economo ed a svolgere le funzioni di cappellano. I contatti assidui e fraterni con gli ospiti; la grandezza del dolore umano, soprattutto nel momento in cui si è per deporre la croce della vita sul Cuore del Padre celeste, che invita alla gioia trasformante della visione del suo Volto; i contenuti profondi di quei cuori, spesso assiderati dalla mancanza di comprensione, di accoglienza, di affetto costituirono l'occasione privilegiata, nella quale mi pose la Provvidenza, per poter esprimere, sia pure entro i limiti della povera natura umana, la sollecitudine paterna di Dio in questo genere di apostolato, che sembrava esulare dai miei orizzonti.

 

Il punto di vista di P.Alfredo è questo a pag 61 e 62 della II edizione dii “Piccole Esperienze”.

Tu, caro p. Alfredo, ci hai descritto gli ultimi istanti con i tuoi fedeli come “Non, dunque, squallore di morte, miei cari, ma festa piena, gioia di vita.”

Oggi ti pensiamo felice insieme ai tuoi amici che sicuramente ti avranno accolto con gioia … scrivendo il seguito di questo libretto … 

 

Vorrei ricordarvi tutti!!! (Da circa quattro anni svolgo il mio apostolato tra gli anziani e i malati dei paesi vicini al nostro Convento di S. Eutizio Mastise. Nel presente lavoretto mi riferisco soltanto ad alcuni (deceduti) che ho assistito a Vignanello.)

 

Le esperienze più belle, che infondono nel mio spirito gioia purissima come di un incontro con Cristo, mi son venute da voi, miei cari fratelli malati ed anziani, che, sereni e tranquilli, avete ricevuto l'abbraccio definitivo e trasfigurante del Padre; le proseguo e le approfondisco con quanti, di voi, sul letto del dolore o immobili su una poltrona, attendono «il cenno divino per nuovo cammino».

Chi potrà mai dimenticarvi?

Durante il tempo della mia preparazione al sacerdozio, nel corso dei miei studi e, in seguito, nell'insegnamento e nella formazione dei nostri giovani seminaristi, ho sempre vagheggiato la vita missionaria e ad essa dedicare tutte le mie energie. Ma la mano soave dell'ineffabile Provvidenza di Dio a voi mi ha guidato, miei cari amici, e da voi ho tratto le gioie più sante che hanno dato entusiasmo al mio ministero.

Come è bello e stupendo poter indicare, in forma «sacramentale», la via del ritorno ad un'anima che viene da Dio! «Parti in pace..., il Signore ti ha perdonato!... Ti venga incontro la Vergine Maria con gli Angeli e con i Santi... Ti accolga Cristo, che ti ha chiamata, e gli Angeli ti conducano con Abramo in Paradiso!».

Non, dunque, squallore di morte, miei cari, ma festa piena, gioia di vita. Momenti supremi, densi di mistero, che hanno illuminato tutta la vostra esistenza e l'hanno aperta alla pienezza della luce, come il fiore che apre la sua corolla al sole che l'investe e l'inonda.

Faticoso, certo, il passaggio attraverso quel tunnel; sforzo supremo della vita umana «per attraversare quella dura frontiera» - come si esprimeva il caro giovane Romolo Grattarola, da poco deceduto -; ma la «frontiera» è varcata e il tunnel vi ha immersi, in pienezza di vita e di gaudio, in quella Patria beata, ove «non vi è più lutto, né grida di pianto, né dolore, né morte, perché Colui che siede sul trono ha detto; "Ecco, io faccio nuove tutte le cose"» (Ape, 21, 5).

Creature nuove siete voi divenuti, partecipi della novità perenne che Dio crea eternamente in voi, comunicandovi senza limiti la sua medesima Vita.

Se un rammarico posso avere tuttora, è di non esservi stato accanto sufficientemente giorno e notte, di non aver potuto sempre deporre la bellezza della vostra anima, lavata nel Sangue della Redenzione sulle braccia della Vergine Immacolata, perché Lei, buona e potente, la rimettesse al Cuore aperto del suo Figlio divino.

Oh, come vi sento vicini! Quanto gioisco della vostra presenza! In me vi è, ormai, un solo desiderio: raggiungervi nella Casa del Padre, per formare con voi una sola famiglia: la vera famiglia dei figli di Dio.

 

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VORREI RICORDARVI TUTTI ora, qui, facendo II nome di ciascuno di voi. Purtroppo, non mi sarà possibile! In cambio, ricordatevi voi nella vostra intercessione fraterna; voi che godete in cielo la visione definitiva del Volto del Padre e partecipate alla gloria della nostra eccelsa Regina e Madre, la Vergine Maria.

Incomincio da te, caro Olimpiero (Olimpiero Chiricozzi: 9-10-1912; 27-9-1976), perché sei stato il primo che ho assistito in questo mio nuovo e meraviglioso apostolato.

Non mi è possibile ricordare la tua fisionomia, perché due volte sole sono venuto a trovarti.

Fu la tua figlia Tecla, ora sposata con un bambino, (Luca), ad avvisarmi.

Non conoscevo nessuno della tua famiglia. Era la mattina presto, appena terminata la santa Messa nella Chiesina delle buone Suore Passioniste, delle quali sono cappellano. C'era trepidazione in casa perché il medico, il Prof. Tommaso Gionfra, ti aveva dato tre giorni di vita.

«Abbiamo fatto tanto per il corpo... ora dobbiamo pensare per la sua anima», aveva detto tua moglie, la signora Angela. Fu Don Luigi, il Parroco, che mi suggerì di celebrare la Messa nella tua camera.

 

(segue…ma non qui!!)